LE
RELIGIONI COSMICHE.
La teologia
cattolica, specie dopo il Concilio Vaticano II, dà un giudizio
molto positivo sulle religioni arcaiche, lo Shintoismo è una
di queste, che con un termine più appropriato sono oggi chiamate
religioni tradizionali o meglio cosmiche.
Il Concilio Vaticano II così si esprime:
Dai tempi
antichi, fino ad oggi, presso i vari popoli si trova una certa sensibilità
a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e degli
avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità
suprema o il Padre. Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano
la vita di un intimo senso religioso. Quanto alle religioni legate al
progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse
questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più
elaborato . (13)
Il Concilio,
riconoscendo questi valori, ha riconosciuto implicitamente che tutte
le religioni, comprese quelle cosmiche, sono strutture di salvezza ed
ha affermato che l'uomo arcaico, nella contemplazione del cosmo e della
vita in tutte le sue forme meravigliose, ha saputo trovare un cammino
verso l'Assoluto, concepito allo stesso tempo come trascendente e immanente
e visto come creatore e fonte di vita. La potenza ed energia divina
pervadono ogni cosa, ed ogni cosa sprigiona e manifesta questa potenza
ed energia. I riti, le preghiere, le istituzioni servono ai fedeli come
mezzi o tecniche per percorrere il cammino. E'di quest'Assoluto che
parlano gli Inni Veda o tante preghiere dei popoli primitivi.
Visto sotto questa prospettiva lo Shintoismo appare come una religione
cosmica, che possiede un particolare cammino verso l'Assoluto.
Nella cultura arcaica i grandi fenomeni cosmici: l'uragano, il fulmine,
il terremoto, o il meraviglioso svilupparsi di un seme a primavera,
fanno sentire all'uomo la sua inferiorità e piccolezza davanti
al divino ed allo stesso tempo gli fanno sorgere il desiderio di poter
in qualche modo godere di quei beni e partecipare a quel mondo che giudica
felice.
Così questi fenomeni, nella felice espressione di Radhakrishnan,
sono delle: <<
finestre spalancate sull'Assoluto, su quest'unico
Mistero, che può saziare la sua sete di felicità
>> . (14)
E' il desiderio di una partecipazione al mondo del divino, un mondo
che non gli appartiene, ma che intuisce superiore e di cui sente la
necessità. Il sacrificio e la preghiera sono espressioni di quest'intuizione
e sentimento, che hanno accompagnato tutta la storia dell'umanità.
In questi atti di culto l'uomo riconosceva la sua dipendenza dal divino
e otteneva in cambio il suo favore e le sue grazie. (15)
Questo fatto
lo ha portato a coltivare la speranza che, dopo la sua morte, potesse
entrare in comunione con lui.
Così il culto è diventato inconsciamente un generatore
di sicurezza, portando il fedele a pensare che la salvezza dipenda unicamente
dall'esecuzione minuziosa di tutte le regole. Forse si può osservare
che, a noi occidentali, molti rituali shintoisti appaiono su questa
linea, ma non certo si può criticare un determinato rituale,
perché estraneo alla nostra mentalità.
Sfatare questa sicurezza, dice Radhakrishnan, è stato il compito
dei riformatori religiosi, che si sono impegnati per una religione più
spirituale, insistendo perché il culto fosse espressione di una
reale ed intima fedeltà alla volontà divina, sia essa
quella della alleanza, come intesa dagli ebrei, o quella del giapponese
che la intende come fedeltà alla Via del kami, o di un
taoista che la intende come seguire il Tao.
L'anelito per un ritorno ad una religione del cuore è sempre
stato presente nelle religioni. Un antico testo indù parlando
dei sacrifici offerti agli dei dice: <<
su che cosa si basa
l'offerta? Sulla fede, perché quando un uomo ha fede allora egli
offre
E su cosa si basa la fede? Sul cuore ..>> (16)
e la Sathapata Bramana descrive questo momento di passaggio e approfondimento
in modo mirabile. Parlando di un asceta che nella solitudine della foresta
si trova nell'impossibilità di offrire dei sacrifici, dice: <<Avendo
acceso il fuoco sacrificale (dentro al suo cuore) lo fa sfavillare..
pensando: "Qui offrirò il mio sacrificio" e fa sfavillare
quel fuoco, che già da tanto tempo sfavillava nel profondo del
suo cuore>> .(17)
Ricordo
una conversazione interessante avuta alcuni anni fa con un professore
giapponese, allora Direttore dell'Istituto Giapponese di Cultura a Roma.
Eravamo a cena, e alla conversazione partecipavano altri amici giapponesi
e studiosi del Giappone. La conversazione cadde sulle religioni e sullo
Shintoismo in particolare. I giapponesi si erano trovati d'accordo nel
considerare lo Shintoismo come fatto culturale. Era, dicevano, la religione
del Giappone, ma che in realtà non si trattava di una religione,
come intesa dagli europei, ma piuttosto di un fatto culturale e politico,
strumentalizzato dall'imperatore nel secolo XIX., spiegando poi che
il dio dei giapponesi era un dio totalmente differente dal dio degli
europei. La conversazione così continuò:
- Il nostro dio, disse il professore giapponese, è differente
dal vostro. Voi in Europa avete un dio che noi non conosciamo, e voi
non comprendete il nostro
- Ma anche gli dei si potrebbero incontrare, dissi a mia volta.
- No! Il nostro dio è in Giappone e comanda in Giappone
- Ma, aggiunsi, comanda solo in Giappone o anche nel Mar del Giappone?
- Certo, il mare è mare giapponese, rispose.
- Ed in Cina, a Pechino, comanda ancora?
- Sì, anche in Cina, disse pensandoci. E' lo stesso dio.
- Ma il suo dominio, soggiunsi, finisce esattamente con i confini cinesi
o qualche chilometro più in qua verso l'Europa?
- Non ci avevo mai pensato
La conversazione continuò a lungo, ed alla fine tutti i giapponesi
si trovarono d'accordo nel dire che se per dio si intende l'Assoluto,
allora quest'Assoluto è lo stesso sia per i giapponesi che per
gli europei. Poco importa quindi che lo si chiami Dio o Amaterasu e,
sotto questo punto di vista, poco importa che il mito del Nihongi parli
solo della creazione del Giappone, il dio che ha creato il Giappone,
ha creato anche le altre terre. Se infatti vi fossero già state
altre terre, la sua lancia-gioiello le avrebbe scoperte. La difficoltà
sta forse nel fatto che il giapponese vive la sua religiosità
a livello intuitivo, ma volendola definire (peggio ancora se deve parlare
con europei) sente il dovere di usare le nostre definizioni e categorie
aristoteliche.
Lo Shintoismo dei primordi riaffiora ogni volta che il giapponese sente
in sé quel sentimento profondo che gli permette di vedere il
divino nella natura, che lo guida nella vita di ogni giorno e lo spinge
a creare la cultura del bello e dell'armonia e conservare quella venerazione
della natura che, come dice Maraini, ha caratterizzato quel primo periodo:
<<L'incanto davanti ai fenomeni naturali, al mistero della vita
in tutte le sue forme>>. Al giapponese di oggi l'Assoluto si rivela
nel cosmo, proprio come millenni orsono si rivelava ai suoi antenati
ed all'uomo delle culture arcaiche, a S. Francesco e ai mistici di oggi.
Ecco ciò che scrive Radhakrishnan, parlando della cultura vedica:
"Il
rishi (saggio) non ha l'occhio mentale offuscato dai fumi della passione,
e perciò può vedere quella verità che non risulta
evidente ai sensi
la conoscenza vedica non è una questione
di dimostrazione logica, ma una penetrazione intuitiva. L'anima del
poeta percepisce, o si sente rivelare, la verità, quando si trova
in condizione di ispirazione, cioè quando la sua mente è
sollevata al di sopra del ristretto piano della coscienza discorsiva".
(23)
Ed è
ancora Radhakrishnan che insistendo sullo stesso concetto dice che per
l'Induismo, i rishi i fenomeni cosmici diventano una finestra che permette
al rishi di vedere la realtà che c'è oltre, ossia di intuire
l'Assoluto.
Dello stesso parere è Aurobindo che nel suo commento agli Inni
Vedici, giustamente fa notare come sia ingenuo, da parte degli europei,
pensare che uomini di una profonda cultura e le cui opere ancora oggi
ci meravigliano per la loro perspicacia e profondità, credessero
che l'acqua o un albero, il sole, il fulmine, fossero un dio, o abitati
da un dio e nonostante ciò potessero continuare a parlare così
profondamente dell'Assoluto. Giustamente poi, quest'autore, fa notare
quanto sia ingiusta e superficiale, su questo punto, la visione che
molti autori europei si sono fatti dell'Induismo. Poi ancora sullo stesso
libro scrive:
"La mitologia comparata
suppone che le antiche religioni
siano fondate sulla meraviglia di barbari che improvvisamente si svegliano
al meraviglioso fenomeno che l'Alba, la Notte e il Sole esistano, e
cercano in un modo barbaro e fantasioso di spiegarsi questi fenomeni.
Da questa infantile meraviglia siano passati poi, direttamente, alle
profonde teorie dei filosofi greci e dei Vedanta
.
La mitologia comparata è la creazione di non-ellenisti che interpretano
i dati non-ellenici da un punto di vista che non comprende la stessa
mente greca
Noi dobbiamo riconoscere che le antiche religioni
erano sistemi organizzati su delle idee, almeno tanto coerenti, quanto
lo sono quelli delle fedi moderne" . (24)
Quanto Aurobindo dice è sicuramente importante, sia perché
si tratta di un grande studioso,sia perché parla come credente
di questa religione ad ha almeno tanto diritto, quanto gli altri gli
altri studiosi, a dire che cosa realmente credano coloro con i quali
condivide, preghiere, rituali e credenze.
(13)
Documenti
del Concilio Vaticano II: Nostra Aetate. N° 1-2. Ed. Vaticana.
(14) Radhakrishnan, La filosofia indiana, dal Veda al Buddismo, Einaudi,
Torino 1974, p. 58.
(15) Radhakrishnan, ibidem, p. 274.
(16) Br. Upanishad III,9,21.
(17) Sathapata Br. 2,2,2,16.
(23) Radhakrishnan,
cit., p 118.
(24) Sri Aurobindo, The secret of the Veda, Ashram Ed., Sri Aurobindo
Ashram Trust, Pondicherry 1982, p.p 25 e 26.