LO
SHINTOISMO DEI PRIMORDI: LA RELIGIONE DELLA FERTILITÀ.
Lo Shintoismo
dei primordi è la religione della fertilità che, nonostante
le apparenze, in questi ultimi due millenni ha continuato ad essere
sempre presente e a caratterizzare la cultura giapponese.
Scrive Maraini:
<<Questo periodo, abbraccia l'arco di tempo che va dal 250 a.C.
al 250 d.C., e si manifesta in forme di varia venerazione della natura
nei suoi aspetti più singolari, misteriosi, impressionanti, nonché
di significativo rilievo nei riguardi del benessere umano (sole, luna
astri, vulcani, mari, fulmini, alberi secolari, selve, cascate>>
(1).
Uno dei simboli che caratterizzano questo primo periodo è la
presenza del culto del fallo. Il Nihongi (che riporta idee e
costumi di molto anteriori a quelli del periodo della sua stesura) riporta
un mito molto significativo:
Gli dei, che per primi vennero prodotti in coppia, maschio e femmina,
erano Uhiji ni e Suhiji ni, dopo di loro vennero Tsuno-guhi e
Iku-Guhi, dopo Omo-Taru e Kashilo-ne e infine Izanagi e Izanami.
Questi due, racconta il mito, stettero sul galleggiante ponte
del cielo, si consigliarono tra di loro, dicendo: "Non vi
è forse una terra là sotto?"
Perciò scagliarono giù dal cielo la lancia-gioiello
del Cielo. E frugando con la lancia a tentoni trovarono l'oceano.
L'acqua salata che colava dalla punta della lancia si coagulò
e divenne un'isola a cui fu dato il nome di Ono-goro-jima. Le
due divinità perciò discesero ed abitarono in quest'isola.
Di comune accordo desiderarono divenire marito e moglie e di produrre
altre terre. Così essi produssero Ono-goro-jima, il "Pilastro
al Centro dell'Isola".
Ora la divinità maschile, girando da sinistra e la divinità
femminile girando dalla destra verso sinistra, camminarono intorno
al Pilastro della Terra, separatamente. Quando s'incontrarono
la divinità femminile parlò per prima e disse: "Oh
che bello, ho incontrato un bel giovane". La divinità
maschile rimase dispiaciuta e disse: "Io sono un uomo, e
per diritto avrei dovuto parlare per primo. Al contrario, come
mai tu, una donna, sei stata la prima a parlare? Questo porta
sfortuna. Facciamo un altro giro. Allora le due divinità
andarono indietro ed essendosi incontrate di nuovo, questa volta,
la divinità maschile parlò per prima e disse: "Che
bello! Io ho incontrato una bella ragazza". Poi disse alla
divinità femminile: "Vi è nel tuo corpo qualcosa
di non formato?". Lei rispose e disse: "Nel mio corpo
vi è un posto che è la sorgente della femminilità".
La divinità maschile rispose: "Nel mio corpo vi è
un posto che è la sorgente della mascolinità. Desidero
unire questa mia sorgente con la sorgente nel tuo corpo. Allora
maschio e femmina, per la prima volta, si unirono come marito
e moglie. (18)
Un altro
mito dice:
<<Gli
dei che vennero prodotti nelle Pianure dell'Alto Cielo furono
Ama no mi naka nushi no mikoto e Taka mi musubi no mikoto e poi
Kami mi musubi no mikoto>> . (19)
Commentatori riconoscono in questo Kami Musubi, il dio che unisce gli
amanti. In onore di questo dio vengono offerti dei piccoli panni, stracci,
che si appendono ad un albero lungo la strada. Un uso simile lo ritroviamo
in tante altre religioni. Non è difficile, per esempio, entrando
in un tempio indù, scoprire un albero particolare a cui giovani
donne appendono dei piccoli pezzi di stoffa, sono gli ex-voto di madri
che hanno ottenuto il bambino desiderato. Sia nel Nihongi che nel Kojiki
si trovano varie indicazioni di questo culto, e molte allusioni sono
andate perdute in seguito all'influsso cinese che tendeva a tacere su
questi argomenti . (20)
Nel mito della creazione del mondo, riportato più sopra, si parla
di lancia-gioiello del cielo. I commentatori pensano che si tratti di
un'allusione al culto fallico. Il termine lancia-gioiello potrebbe infatti
indicare sia il fallo che l'asse del mondo (axis mundi).
Lo studioso J. O'Neil (riportato da W.G. Aston) propende a pensare che
wo bashira sia il simbolo dell'axis mundi. Di fatto i due simbolismi
non si escludono. Desiderando costruire una casa si doveva cosmizzare
il luogo, trovare il centro (axis mundi)(21)
, spesso indicato dallo sciamano. La casa così costruita era
posta automaticamente sotto la protezione degli dei. Ma wo bashira poteva
anche indicare Dio come sorgente di vita. Le due interpretazioni sono
ambedue presenti nelle religioni della fertilità. Nel testo citato
l'interpretazione sessuale è tuttavia più consona.
Storicamente, lo Shintoismo non ha idoli. Tuttavia l'uso del termine
hashira, dice W.G. Aston (22),
ci porta a pensare ad un tempo in cui gli dei del Giappone erano simboleggiati
da pali di legno, più o meno sagomati così da ricordare
il fallo. In Corea, culturalmente legata al Giappone, si trovano ancora
pali, la cui sommità viene modellata ad idolo ed a cui viene
imposto un nome altisonante. Aston ricorda di averne visto più
di una dozzina, lungo una strada non lontano da Seoul. La gente del
posto vi ricorreva durante le epidemie di vaiolo. Il simbolo del dio
della vita avrebbe dovuto proteggere dalla pestilenza.
Lo studioso Hirata nel suo commento propende a pensare che la lancia-gioiello
rassomigliasse più che ad una lancia ad uno dei tanti pilastrini
delle balaustre che sono, ancora oggi, numerosi in Giappone e vengono
chiamati wo bashira. Il termine, sia nella letteratura cinese che giapponese,
indica anche il fallo.
La presenza del culto fallico è documentata in Giappone. W. G.
Aston racconta che nel 1871 aveva trovato molti gruppi di falli, senza
dubbio connessi al culto della montagna sacra Nan tai (che significa:
forma maschile). La montagna veniva visitata d'estate da numerosi pellegrini
tutti uomini, infatti sia il pellegrinaggio che lo scalare la montagna
erano severamente proibiti alle donne. A Kamakura una grotta aveva dozzine
di falli di pietra. Lo stesso autore racconta di averne visto uno anche
a Tòkyò, alto parecchi piedi e dipinto vistosamente in
rosso. Il simbolo veniva portato in una lettiga da una folla che gridava
e rideva, la processione procedeva a zigzag correndo all'improvviso
da un lato all'altro della strada. Si trattava di una a festa bacchica.
Una processione del genere, con grande meraviglia degli europei presenti,
invase le strade della città di Kobe nel 1868. Anche a Roma i
fedeli di Dioniso avevano il culto del fallo e lo portavano in processione.
La casa imperiale, nella seconda meta del secolo XIX, avendo interesse
a presentare presso le potenze occidentali l'immagine di un Giappone
moderno, fece si che queste cerimonie cadessero in disuso. Tuttavia
ancora oggi nella festa di Hodare, che si tiene a Tochio, in provincia
di Niigata, si svolge una vera processione fallica. In quest'occasione
le giovani spose sono parte attiva nelle cerimonie che sono fatte per
impetrare la fecondità ed un parto felice. Al tempio shintoista
di Kanayama, che si trova a Kawasaki, a sud di Tòkyò,
il culto fallico, caduto in disuso agli inizi del secolo scorso, è
ritornato in uso per l'interessamento degli stranieri. Tutto questo
ci spinge a credere che a livello profondo lo Shintoismo, anche quello
dei primordi, sia rimasto sempre presente nell'animo dei giapponesi,
e non sia mai diventato (come spesso si dice) un semplice fatto culturale
e politico. Probabilmente è il modo di esprimersi dei giapponesi
che ci può indurre in errore.
( 1 ) Maraini
F., Lo Shintò, in "Religioni dell'India e del Medio Oriente"
, Laterza, Bari 1996, p. 621.
(18)
Nihongi, Chronicles of Japan from the Earliest Times to A.D. 697. Trannslated
from the original Chinese and Giappanese by W. G. Aston. With an introduction
to the new edition by Terence Barrow, Ph. D. ,Ed Charles E. Tuttle Company,
Rutland, Vermont& Tokyo, Japan. 1985, p. 13 e seg. Le note del volume
sono molto ricche ed interessanti, ad esse devo molte delle osservazioni
su tutto il periodo trattato ed in particolare ad esso mi rifaccio sia
per i costumi e le usanze religiose del popolo giapponese.
(19) Nihongi, ibidem., p. 3 e seg.
(20) Nihongi, ibidem, p. 11 e seg.
(21) Sull'argomento sono fondamentali le opere di Mircea Eliade, in
particolare Il mito dell'eterno ritorno, Borla, Torino 1966. Vedi anche
Guenòn E., Simboli della scienza sacra, p. 221 e seg.
(22) Nihongi, cit., p. 10 e seg.
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