Buddhismo.
Le prime comunità , regole etiche e virtù da seguire.
L'ordine
(sangha).
Le prime
comunità
Nei primi tempi della sua predicazione, il Buddha non ebbe in mente
d'imporre una particolare disciplina monastica. Dovrà però
farlo quando si troverà ad essere il capo di un Ordine che è
definito sangha.
All'inizio
i discepoli provenivano dai ceti più elevati. Venivano esclusi
i debitori, gli schiavi, i malati contagiosi, gli incurabili, gli eunuchi,
gli assassini, i minori di 15 anni di età e coloro i cui tutori
legali si opponevano.
Un
embrione di organizzazione del buddismo si può far risalire al
primo raduno di sessanta monaci a cui il Budda diede il potere di consacrare
nuovi discepoli. Comunque, le norme, che regolano gli adepti di questa
religione, dovettero scaturire probabilmente da quei raduni di discepoli
che si avevano ogni anno in occasione delle grandi piogge, che costringevano
tutti a fermarsi per un lungo periodo in una determinata località.
Ll'ordine buddista prevedeva laici (upasaka) e monaci (samana),
distinti fra loro dalle diverse regole di vita, ma accomunati nella
fede del Budda. I laici erano assoggettati all'osservanza di cinque
comandamenti fondamentali (sila) :
1) non nuocere a qualsiasi creatura vivente;
2) non rubare;
3) non fornicare;
4) non mentire;
5) non bere bevande inebrianti.
A
ciò doveva aggiungersi l'obbligo di provvedere al sostentamento
dei monaci. Se la loro condotta fosse stata conforme a questi comandamenti,
per loro avrebbe potuto esserci la possibilità di raggiungere
il nirvana.
L'entrata nell'ordine monastico era preclusa ai soldati, a coloro che
svolgevano un'attività per il re, a tutti coloro che non avessero
la completa disponibilità delle loro azioni: come minori di anni
quindici, servi, debitori e criminali. Il monaco, il quale non riceveva
una speciale investitura, era sottoposto a obblighi più severi
del laico:
- assoluta castità, cui corrispondeva nel laico il divieto di
fornicazione;
- assoluta povertà (non poteva possedere nulla che non fosse
la povera veste gialla, il suo saio, una scodella per il cibo raccolto
attraverso elemosine);
- Proibizione di ricevere denaro o altri doni.
L'ordinazione si svolgeva in due tempi: il noviziato, che durava cinque
anni, e quindi lo stato di monaco (upasampada), con la pronuncia
dei voti che non erano irrevocabili. Non esisteva una gerarchia: il
termine thera (vecchio anziano), che si trova attribuita ad alcuni monaci,
concerneva solo un fatto di rispetto per l'età avanzata del soggetto.
Due cerimonie erano considerate fondamentali nella vita dei monaci:
l'uposatha (giorno del digiuno), in cui la comunità si riuniva,
nel plenilunio e nel novilunio, e, sotto la presidenza di un anziano,
ascoltava la confessione pubblica dei peccati (patimokkha). Altra cerimonia
era il pavarana (invito), che aveva luogo alla fine della stagione delle
piogge e consisteva nell'invito che ogni monaco rivolgeva ai confratelli
di manifestargli le mancanze da lui eventualmente commesse.
Esistevano inoltre comunità di monache e laiche, le quali godevano
di tutti i diritti concessi agli uomini, anche se per loro fu mantenuta
quella generale condizione di inferiorità che la società
del tempo riservava alle donne; per cui erano soggette alla sorveglianza
del monaci.
Come non esistevano monasteri, così non vi fu mai, nei tempi
antichi, alcuna forma particolare di liturgia: i monaci si limitavano
a leggere e tenere sermoni sui precetti lasciati dal Maestro.
Il monaco deve avere la testa rasata, non deve portare barba e baffi;
la sua tunica dev'essere ampia e di colore giallo-arancione; una ciotola
appesa alla cintura sta a indicare che la questua è il suo unico
mezzo di sostentamento; il suo vitto-base dovrebbe essere costituito
da pane e acqua, brodo e riso cotto, e comunque egli non deve ingerire
alcun alimento solido tra mezzogiorno e l'alba del mattino successivo.
Unici oggetti personali, oltre a quelli detti, un paio di scarpe,un
rasoio, un ago (per tunica, saio e mantello) e un filtro per l'acqua.
Egli non può esercitare un mestiere remunerato e può ricevere
doni solo in natura, non in denaro. Il celibato è d'obbligo.Il
monaco pratica, circa una volta al mese, la confessione pubblica delle
proprie colpe, guidata dal monaco più anziano: sono previste
le relative penitenze, specie per chi non si pente (i precetti sono
227).
Il monaco non deve essere causa di dolore per alcun essere vivente (animali
inclusi).
Sul piano rituale, il Buddismo rifiuta le cerimonie raffinate tipiche
del brahmanesimo e proibisce ovviamente i sacrifici di animali. Il culto
è diretto da monaci che leggono i testi canonici; i laici non
prendono parte attiva alle cerimonie divine.
I monaci devono essere continuamente in viaggio per diffondere la Legge
del Buddha: non hanno quindi fissa dimora; i monasteri sono solo luoghi
d'incontro per i giorni di ritiro e per il periodo delle piogge (luglio-ottobre),
in cui vige la proibizione di uscire dal monastero, anche per la questua.
Possono anche curare l'istruzione religiosa dei giovani.Molto praticati
i pellegrinaggi presso i luoghi che ricordano le tappe della vita del
Buddha.
Non avendo lo stato monacale un valore di investitura divina, il monaco
può tornare allo stato laicale se non ha più intenzione
di seguire le regole dell'ordine.
Sul piano del comportamento sociale, il Buddismo rifiuta il sistema
brahminico delle caste e riconosce l'uguaglianza formale di tutti gli
uomini ("formale" perché di fatto con la dottrina della
"non resistenza al male" esso disarma spiritualmente il popolo
di fronte agli sfruttatori). Ogni uomo ha uguali possibilità
di salvezza morale, poiché tutto dipende dalla sua volontà.
Il buddista ama non tanto il singolo, quanto il genere umano. Non si
difende dal male ricevuto, non si vendica, non condanna chi commette
un omicidio. Nel complesso il buddista ha un atteggiamento di indifferenza
per il male, rifiutando soltanto di non compierlo.
D'altra parte -dice il Buddismo- "chi ha sana la mente non compete
col mondo né lo condanna: la meditazione gli farà conoscere
che nessuna cosa è quaggiù durevole, salvo gli affanni
del vivere".
Il buddista sostanzialmente è convinto che chi compie il male,
vedendo la non-reazione da parte di chi lo subisce, ad un certo punto
si renderà conto che è inutile continuare a compierlo.
Le
virtù morali che deve seguire il buddista, in sostanza si riducono
a quattro:
Compassione (percepire dentro di sé la gioia e il dolore dell'altro)
Amorevolezza verso tutti gli esseri viventi
Considerazione del lato positivo di ogni cosa
Imparzialità nel considerare la realtà.