Le categorie di vocaboli Giapponesi e le tipologie di scrittura.

Della prima forma di scrittura autoctona Giapponese detta Kami no moji (letteralmente "caratteri divini"), si e' persa ogni traccia e ne esistono solamente testimonianze indirette.
Le tipologie di "scrittura" Giapponese si suddividono oggi in quattro categorie:

Kanji : letteralmente "caratteri (ji) cinesi (kan)" derivata dalla scrittura ideografica cinese.
Katakana : sillabario di tipo fonetico , oggi usato per la translitterazione delle parole di origine straniera e in documenti o pubblicazioni ufficiali.
Hiragana : sillabario usato anche in combinazione con i kanji per rappresentare posposizioni e desinenze.
Romaji : sistema di traslitterazione in caratteri latini

Sempre in quattro categorie possiamo suddividere invece i vocaboli Giapponesi :

Wago : indica i termini di origine esclusivamente Giapponese
Kango : significa letteralmente "termine cinese" ma la categoria deve essere divisa in due parti : espressioni cinesi non tradotte in giapponese e quindi introdotte con la pronuncia originale espressioni ideografiche ideate in Giappone per esprimere vari concetti della cultura occidentale
Garaigo : significa letteralmente "termini di origine straniera". A questa categoria appartengono tutti quei vocaboli occidentali translitterati in Katakana, per i quali non e' stato creato un ideogramma.
Konshugo : termini ibridi (cino-giapponesi, occidentali-cinesi etc..)

Vediamo ora di capire in che modo e quando sono state introdotte le tipologie di scrittura.

L'introduzione dei Kanji:

Diretta conseguenze dell'apertura dei contatti con la cultura cinese che diverra' il modello culturale dominante.
Inizialmente i Giapponesi li usarono non come valore ideografico ma fonetico : potevano quindi bastare una cinquantina di caratteri ideografici cinesi per rappresentare i suoni.
Il cinese era pero' una lingua monosillabica a toni ed i Giapponesi non erano in grado di percepire le sfumature tonali : pertanto per ogni suono giapponese erano a disposizione un numero considerevole di kanji dai suoni praticamente uguali che i Giapponesi usarono a piacere creando una grande confusione rendendo oggi assai difficile la lettura e la comprensione dei testi dell'epoca.
Col tempo poi utilizzarono i caratteri ideografici non piu' in relazione ai suoni corrispondenti ma in relazione alle idee sottese (esempio alla parola giapponese hi-sole, giorno, associarono il simbolo che rappresenta l'idea di sole, giorno ; alla parola moto-origine associarono il simbolo che contiene l'idea di origine.
Quando pero' dalla rappresentazione di idee semplici si passo' alla rappresentazione di quelle complesse abbandonarono l'originaria pronuncia nipponica usando quella cinese dei singoli componenti. Ad esempio rappresentando il nome del paese Giappone come "il paese all'origine del sole" utilizzarono la grafia 日本 ma la pronuncia cinese, nichi-hon da cui gli attuali nihon o nippon.
Una ulteriore complicazione fu data dal fatto che la lingua Giapponese a differenza della cinese ha desinenze, suffissi e prefissi che non possono essere graficamente rappresentati che foneticamente : ad esempio deru e' un verbo che significa 'uscire' la cui idea e' espressa dal kanji che rappresenta solo la radice del verbo de-, mentre la desinenza ru , deve essere espressa con un simbolo fonetico ottenendo quindi 出る.
A questa esigenza si provvide in un primo tempo nuovamente con ideogrammi presi con il valore fonetico con i limiti sopraesposti aggravati dalla coesistenza della doppia modalita' interpretativa ideografica/fonetica.
La tecnica, detta Manjoo-gana, e' riscontrabile nel Kojiki, primo libro giapponese giunto a noi.

La codificazione scritture sillabiche Katakana ed Hiragana :

Per mettere fine al disordine creatosi, nell'VIII secolo nasce il Katakana creato utilizzando il valore fonetico di 47 ideogrammi cinesi da cui furono tratti i simboli del Katakana e a cui segui' nel IX secolo un secondo sillabario chiamato Hiragana che ebbe maggior fortuna nella rappresentazione della lingua giapponese.Tale fortuna gli deriva probabilmente dal fatto che fu adottato nel X secolo dalla letteratura femminile che creo' il genere monogatari (racconto) molta diffuso in Giappone. (gli uomini erano invece ancorati per rispetto della forma, allo stile cinese).
Il primo sillabario e' noto anche come tabella gojuuonzu mentre il secondo e' noto come hiroha dal nome di una ingegnosa poesia attribuita a Kobo Daishi che racchiude tutti i suono della tabella gojuuon.
I suoni rappresentati nella tabella gojuuon sono solo quelli puri (seion) : il fonema /ka/ poteva quindi essere letto ka o ga a seconda della parola in questione.

La translitterazione Romaji nelle sue varie forme.

Per rappresentare parole giapponesi con caratteri latini si una una forma di translitterazione chiamata Romaji, letteralmente "caratteri di Roma" che cerca di riprodurre esclusivamente l'aspetto fonetico, cioè il suono delle parole.
Le due proposte di translitterazione che si sono affermate sono il metodo Hepburn (che prende il nome dal missionario americano che lo ha inventato nel XIX secolo) ed il metodo Nipponshiki adottato ufficialmente dal Giappone.

Il metodo Hepburn è quello più comunemente adottato nei paesi occidentali. Secondo tale sistema in linea generale le consonanti vengono pronunciate come in inglese e le vocali come in italiano.

Note sulla pronuncia

Consonanti:

k, ha il suono della "c" gutturale di "cane"
g, ha il suono della "g" gutturale di "gatto" (anche quando è seguita da "e" o da "i")
s, ha il suono della "s" aspra di "sotto"
z, ha un suono intermedio tra la "z" dolce di "zona" e la "s" dolce di "rosa"
j, ha il suono della "g" dolce di "gelo" (anche quando è seguita da "a", "o" o "u")
ts, ha il suono della doppia "zz" di "pazzo" (o più propriamente il suono del gruppo "ts" nella parola inglese "cats")
ch, ha il suono della "c" dolce di "cena"
n, si pronuncia generalmente come la lettera "n" in italiano; si pronuncia però "m" quando è seguita da "m", "b" o "p"
h, è sempre fortemente aspirata (come la "c" in dialetto toscano)
f, è leggermente aspirata
y, si pronuncia come la "i" semivocalica di "ieri"
r, ha un suono intermedio tra la "r" e la "l"; in alcuni casi (ad esempio, nella sillaba "ri" in inizio di parola) si pronuncia decisamente "l"
w, si pronuncia come la "u" di "uovo"

Vocali
Le vocali vengono pronunciate come in italiano, ma sono più brevi. Esistono anche vocali lunghe che vengono pronunciate con un suono più prolungato.

Il metodo Hepburn prevede che le vocali lunghe vengano indicate con una barra orizzontale soprapposta alla lettera.

Altre particolarità

Nelle sillabe tsu e su la vocale u è quasi muta; quindi tsuki [luna] si legge quasi "ts-ki" e imasu [essere, esserci] si legge quasi "imas".
Gli incontri di vocali non costituiscono dittongo: ad esempio, la parola kumiuta viene sillabata "ku-mi-u-ta" e non "ku-miu-ta" (come forse verrebbe più naturale in italiano).
I gruppi costituiti da consonante + y + vocale (ad esempio nyo, bya, kyu) costituiscono un'unica sillaba (la y viene pronunciata velocemente, senza staccarla dalla vocale successiva).

 

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