Vivere
a Osaka e viaggiare per il Giappone è sicuramente l'esperienza
più singolare che mi sia mai capitata.
E a renderla
intensa è anche l'acuirsi dei cinque sensi che sono costantemente
all'erta solleticati dalla realtà circostante.
Dal mio
arrivo, olfatto, udito, gusto, tatto e vista non hanno mai smesso di
trasmettermi tutta una gamma di sensazioni che, rielaborate nella mia
testa, hanno prodotto poi questi risultati: osservazioni semplici e
annotazioni personali mescolate al poco che so di questo paese
L'OLFATTO:
Pedalando,
camminando, usando i mezzi pubblici ho scoperto che Osaka, a detta stessa
di molti giapponesi non è una città troppo pulita. Anzi,
di tanto in tanto puzza.
Puzza di
cavoli, di fritto e di cibo cotto in genere. Nel quartiere coreano di
Tsuruhashi, ad esempio, un quartiere dal nome pittoresco e giapponese
ma così simile ad un suk mediorientale con i suoi vicoli stretti,
si leva un odore pungente di yakiniku dalle cinque di sera fino a tarda
notte. Dicono che la carne cucinata qui sia una delle più gustose,
ed effettivamente buona lo è, ma io ancora ringrazio quel colpo
di fortuna che mi ha impedito di finire ad abitare laggiù. Passando
di lì ogni sera per circa un mesetto mi sono tolto la voglia
di yakiniku almeno per un po'.
Osaka è
anche una città di mare attraversata in lungo e in largo da canali.
Così alle volte, quando cambia il tempo, pare scoperchino le
fogne ed allora è meglio non indugiare troppo sopra i ponti.
Per contro, quando passi vicino a qualche tempio, allora ti invadono
le narici i profumi intensi dell'incenso offerto. Pare faccia bene respirarli.
Spesso infatti mi capita di vedere qualcuno che con la mano spinge le
volute di fumo profumato verso figli, amici o parenti.
Io sono
rimasto inebriato dalla fragranza dell'incenso al Kyomizudera di Kyoto.
Ero lì per vedere l'illuminazione notturna del tempio circondato
dagli aceri con le foglie ancora rosse. La luce fioca delle lanterne
del tempio, i punti di luce che infiammavano il rosso dei momiji creavano
nel buio un'insieme reso ancor più suggestivo dall'incenso che
inspiegabilmente pareva salire dalla vegetazione.
Per contro,
mi ha invece colpito l'assenza di profumo dei milioni di ciliegi che
in aprile si caricano di fiori bianchi, rosa e violetti in ogni angolo
del Giappone. Passeggiando sotto la pioggia di fiori a Kanazawa, facendo
ohanami sulle colline di Yoshino o nel parco che circonda il castello
di Osaka, mi sono sorpreso a constatare come questo spettacolare tripudio
della natura in realtà non emani che un flebile profumo percepibile
solo ficcando il naso in qualche corolla.
Infine,
merita di essere ricordato l'odore penetrante di pesce cotto che ogni
giorno dal vicinato sale in casa all'ora di cena e a colazione.
L'UDITO:
Ad essere
sincero, forse persino un sordo potrebbe sentire in Giappone, tale e
tanto è il rumore per le strade.
Agli incroci
semaforizzati una musichetta tradizionale e un po'mesta ti invita ad
attraversare.
Davanti
e dentro i negozi qualcuno grida immancabilmente IRRRRASYAIMASEEEN,
una lagna che fatico a sopportare. E se si aprono le porte di un pachinko
esce un fracasso da girone infernale.
In metropolitana,
ogni minisegmento del proprio percorso è scandito da voci differenti
che danno ai passeggeri ogni sorta di informazione: annunciano l'arrivo
del treno e il nome della fermata successiva, ricordano ai passeggeri
di non dimenticare i bagagli e li esortano a fare attenzione a dove
mettono i piedi. Unica eccezione sopportabile è la bella voce
che alla fermata di Osaka JR annuncia con tono solenne: Osaka, Osaka
desu. Owasuremono naiyoni gochui kudasai.
Tutti i grandi magazzini hanno la loro canzoncina che viene propinata
ai clienti ad intervalli regolari. Da BiccuKamera un delizioso coretto
di bimbi ogni quarto d'ora parte con "Fushigina, fushigina ikebukurooo
"
Al supermercato invece, se capiti al reparto del pesce ti cantano con
una vociaccia "Sakana,saakana sakanaaa...".
Mi ha anche
sconcertato non poco scoprire che in Giappone l'inizio e la fine di
ogni attività, anche scolastica, sono scanditi dallo stesso suono
di campana, suono che da piccolo avevo sentito in qualche cartone animato
importato e ho ritrovato oggi al lavoro.
Ad alcuni
rumori mi sono però affezionato. Vicino casa, ad esempio, c'è
un piccolo bar dove qualche ubriaco si attarda a cantare musica enka.
Rincasando non posso fare a meno di sentire questi talenti in erba che
riempiono la strada di mugugni.
Ogni notte
poi, un venditore ambulante di patate dolci arrosto passa con il suo
carretto e richiama l'attenzione dei clienti con una nenia mesta che
immancabilmente mi fa rabbrividire. Più che invitare a comprare,
pare raccontare storie di fantasmi.
Ogni mattina
alle 8.00 invece, prima di iniziare la giornata, gli operai dell'officina
davanti casa fanno un secco saluto marziale che meglio di ogni sveglia
mi riporta alla realtà.
Non posso
non includere in questo elenco anche le sinfonie di risucchi e sciaquii
che si levano in qualsiasi ristorante davanti ad una ciotola di ramen
o udon. Rumori inizialmente intollerabili per il mio orecchio educato
diversamente, ma ora così familiari e divertenti da volerli talvolta
imitare.
Tra i suoni gradevoli e molto giapponesi ricordo con piacere quello
ritmico e ipnotico dei grandi tamburi che accompagnano le antichissime
danze Bugaku e quello secco e misterioso del bambù che si spacca
nei boschi. Un suono che evoca nella mia testa ricordi cinematografici
di fantasmi apparsi ai viandanti nelle brume del mattino.
A parte,
per onestà, devo ricordare gli urli e la musica a tutto volume
di qualche spostato nazionalista che scorrazza per la strada chiedendo
che tutti gli stranieri lascino il paese. Anche questo è il Giappone.
IL
GUSTO:
Posto che
la cucina giapponese mi piace davvero molto, non ho potuto fare a meno
di notare la predilezione dei giapponesi per l'uovo.
L'uovo
è certamente ricco di proteine e fa bene alla salute ma qui mi
pare lo consumino in modo talvolta esagerato. Nei supermercati non mancano
mai pile di uova, anche a due tuorli(!) e sia che si mangi nabe, sukiyaki
o shabushabu, l'uovo crudo accompagna immancabilmente le verdure e le
carni cotte. L'uovo amalgama inoltre l'impasto dei dolci, del pane e,
ahimè, della pizza, quasi che la sua presenza rendesse il cibo
più sano ed energetico.
E quando
l'uovo proprio non ci sta, ecco che compare magicamente la maionese,
anche sul sushi. Visto che poi, secondo lo zodiaco cinese, questo è
l'anno del gallo, la gallina con prole ha acquisito ancor più
importanza facendo la sua comparsa un po' dappertutto.
I giapponesi da me interrogati in merito alla "questione uova",
hanno risposto che, essendo abituati da secoli ad una cucina piuttosto
semplice e poco calorica, solo recentemente hanno scoperto il gusto
per cibi più ricchi aggiungendo proteine e grassi ovunque sia
possibile. In modo compulsivo, aggiungo io, secondo un'attitudine piuttosto
diffusa in questo paese nei confronti delle novità.
Del resto anche la carne, che da noi si cerca sempre il più magra
possibile, qui, se priva di grasso, nemmeno viene presa in considerazione.
Uovo a
parte, ho scoperto mio malgrado che non sempre in Giappone quello che
vedi è quello che andrai a mangiare. Mi è infatti capitato
spesso di comprare dolci o panini dall'aspetto semplice e invitante
per poi scoprire che celavano ripieni barbari per il mio gusto: pancetta,
pesce secco, fagioli dolci e
uova!
Ma, come
si dice, de gustibus non disputandum est.
IL
TATTO:
Questo
senso, in me non particolarmente sviluppato, ha registrato in Giappone
almeno due percezioni tattili molto gradevoli.
Sarò
anche scontato, ma è davvero piacevole camminare a piedi scalzi
sui tatami. Qualcuno mi ha fatto notare che non sono troppo igienici,
si rovinano facilmente e puzzano, ma a me piacciono molto ugualmente
e ricordo sempre con piacere la prima notte trascorsa a casa di amici
in campagna.
Benché
non avessi dormito molto per il gran freddo e i fruscii che giungevano
dall'esterno attraverso le mura sottili, mi ero svegliato di buon umore
anche grazie all'odore intenso dei tatami della mia stanza. Un profumo
di verde e bambù di cui, mi è stato detto, si sono ormai
impregnati tutti i miei vestiti.
Altra sensazione
gradevole è quella data dall'utilizzare le bacchette per mangiare.
Sono un' elegante estensione della mano. Non infilzano, non arrotolano,
non spezzano il cibo, ma lo colgono a piccole dosi perché lo
si possa gustare. Io che ho la tendenza a ingozzarmi, costretto a cambiare
il modo di mangiare, ho sviluppato una passione per questo strumento.
Così ogni volta che capito in uno hyaku en shop, immancabilmente
me ne esco con un paio di bacchette.
Peccato
però che si possano usare solo con il cibo cucinato alla giapponese.
Qualche giorno fa ho preparato un buon risotto e mi sono ostinato a
mangiarlo con le bacchette. Ma quanto sarebbe stato più comoda
una forchetta per raccogliere tutti i chicchi unti che non si lasciavano
prendere insieme!
LA
VISTA:
E' senza
dubbio questo il senso che meglio coglie bellezze e contraddizioni di
questo paese.
Sono a Nara. La guida indica un tempio, lo Shinyakushiji.
Nonostante
incendi e terremoti, la sala principale si è conservata pressoché
intatta dall'VIII sec. Al suo interno un bellissimo Buddha siede circondato
da dodici figure di creta. Sono dodici guardiani, incarnazioni di Amida,
che nella foggia delle vesti richiamano quel gusto mediorientale che
ai giapponesi era forse arrivato dal Gandhara attraverso la via della
seta. Dunque qualche reminiscenza dell'arte ellenistica sopravvive in
questo luogo.
Bene. Un
lato della sala è andato distrutto e come si è pensato
di restaurarlo considerato che il tempio è una rarità?
Hanno tirato su un muro al centro del quale è incastonata una
vetrata policroma da far impallidire le peggiori di una qualsiasi chiesa
cristiana moderna.
Cosicché
sul povero Buddha, abituato da secoli a una certa oscurità, si
riverberano i colori chiassosi di un improbabile rosone kitsch. E come
se ciò non bastasse, in un angolo della sala, una televisione
ripropone un video sulla storia del tempio. Così ti capita di
vedere il turista che siede a vedere la cassetta e il devoto che si
inginocchia davanti al suo Buddha.
Più
ci ragiono e più mi pare di capire che qui conta il particolare,
il dettaglio, mentre lo sguardo d'insieme, l'effetto complessivo spesso
hanno scarsa importanza. Certi elementi architettonici o naturali, alcuni
scorci vanno visti e goduti di per sé dimenticandosi del contesto.
Al tempio
di Kurama, nei dintorni di Kyoto, una coppia aveva scelto una ben strana
postazione per osservare i momiji carichi di foglie rosse. Anziché
fare un pic-nic in mezzo al bosco, stavano seduti davanti a due distributori
di bibite facendo fotografie ai rami che si intravedevano nel mezzo.
In questa prospettiva appare più semplice capire perché,
aprendo la finestra di casa, puoi rallegrati nel vedere il bel campo
di miso e il contadino che lo coglie mentre intorno svettano i tralicci
dell'alta tensione e i caseggiati più anonimi.
Una cosa
mi pare evidente: case, palazzi, strade e centri commerciali qui crescono
come funghi senza troppi piani regolatori. Saranno anche costretti dalla
necessità cronica di sfruttare ogni centimetro di superficie
edificabile, ma, a detta anche di qualche mio studente, architetti e
costruttori non paiono andare troppo per il sottile. Eppure i giapponesi
hanno un grande tradizione che dovrebbe aver insegnato loro come costruire
in modo più armonico. E invece, se a Uji cerchi di fotografare
il Byodoin, immancabilmente nell'inquadratura entra caparbio uno squallido
palazzone a pochi isolati di distanza.
Bisogna
poi aggiungere che l'idea di costruire qualcosa che duri nel tempo non
è nella mentalità giapponese. L'aeroporto del Kansai,
che qui pochi sanno essere stato progettato da un famoso architetto
italiano, pare essere stato concepito non per durare il più a
lungo possibile, ma per resistere finché il mare, mangiandosi
qualche centimetro all'anno, non si riapproprierà di quest'isola
artificiale. In previsione di ciò, un altro progetto di aeroporto
è già in discussione senza troppo considerare l'impatto
ambientale di una nuova colata di cemento in mezzo al mare.
Ma del
resto, anche in Italia non è forse meno sconfortante la speculazione
edilizia in certi luoghi dichiarati patrimonio nazionale o la brillante
pensata di un ponte sullo stretto di Messina?
Questo
per le contraddizioni. Ma tante davvero sono le bellezze di cui per
altro io ho visto solo una piccola parte. Se penso ai miei viaggi più
o meno lunghi, ricordo bene di essermi entusiasmato non poco trovandomi
in luoghi preservati dallo scempio edilizio. Paesi come Tsumago e Magome,
anche grazie ad accurati restauri, mantengono vivo il fascino dei villaggi
sorti lungo la Nakasendo, l'antica via postale che collegava Edo e Kyoto.
Alcuni tratti montani si possono percorrere a piedi ancora oggi e nei
boschi, con un po' di fortuna e pazienza, si riesce a vedere anche qualche
scimmia che spicca salti da un ramo all'altro.
Sono rimasto incantato dalla foresta di antichi cipressi sul Koyasan,
dal superbo giardino che circonda il Katsura Rikyu e dalla cura commovente
che in molti templi si ha per alberi centenari ormai curvati dal loro
stesso peso. Il distretto di Arashiyama, il complesso del Daigoji e
la Tetsugaku no Michi a Kyoto, i luoghi dove il verde convive armoniosamente
con il legno e la carta mi affascinano sicuramente di più, ma
in fondo non mi lasciano indifferente nemmeno gli scorci più
avveniristici di Osaka, Nagoya o Hiroshima.
Del resto
a me piace tanto anche il mio quartiere di Fukaebashi. Sarà anche
poco verde, malfamato, pieno di capannoni e poco moderno, ma nelle shotengai
trovi negozietti vecchi e incredibili che in Italia non ho mai visto.
Eppoi il commesso del combini sotto casa ormai mi chiama per nome così
come il tintore che mi parla amichevolmente nel dialetto di Osaka.
Qui ho
comprato la bici a cui sono tanto affezionato e qui me l'hanno rimossa
perché in divieto di sosta! Al mercato coperto, il signore che
fa degli ottimi takoyaki ormai si ricorda come li preferisco conditi
e all'izakaya mi riconoscono e scambiano volentieri quattro chiacchiere.
Frutto
della quotidiana osservazione è un ultimo appunto sul modo di
vestirsi qui a Osaka.
La capacità dei giapponesi di mescolare bello e brutto, sacro
e profano, tradizione e innovazione dà uno dei suoi frutti migliori
proprio in questo campo. In questo ambito la loro stravaganza non mi
dispiace per nulla. Si va dal sarariman ben vestito che sfodera un'agenda
di Hallo Kitty alle ragazze boccolute e truccatissime che hanno magliette
super griffate.
In metropolitana,
dove mediamente tutti cadono assopiti nel giro di un minuto, accanto
agli scolaretti in divisa blu e cartella nera, vicino ai giovani alla
moda, spesso incontri la nonnetta che bella nel suo kimono, lascia spuntare
dall'obi il cellulare con ninnoli annessi, forse acquistati in qualche
tempio scintoista.
E mi fa sorridere il manager che, inamidato nel suo completo nero, ostenta
un gran saccone bianco di Prada - Milano. Lo usa come tracolla e siccome
piove, lo ha rivestito con un cellophane trasparente perché non
si bagni.