Marco Taddei. Appunti dal Giappone.
Vivere a Osaka e viaggiare per il Giappone è sicuramente l'esperienza più singolare che mi sia mai capitata.
E a renderla intensa è anche l'acuirsi dei cinque sensi che sono costantemente all'erta solleticati dalla realtà circostante.
Dal mio arrivo, olfatto, udito, gusto, tatto e vista non hanno mai smesso di trasmettermi tutta una gamma di sensazioni che, rielaborate nella mia testa, hanno prodotto poi questi risultati: osservazioni semplici e annotazioni personali mescolate al poco che so di questo paese
L'OLFATTO:

Pedalando, camminando, usando i mezzi pubblici ho scoperto che Osaka, a detta stessa di molti giapponesi non è una città troppo pulita. Anzi, di tanto in tanto puzza.

Puzza di cavoli, di fritto e di cibo cotto in genere. Nel quartiere coreano di Tsuruhashi, ad esempio, un quartiere dal nome pittoresco e giapponese ma così simile ad un suk mediorientale con i suoi vicoli stretti, si leva un odore pungente di yakiniku dalle cinque di sera fino a tarda notte. Dicono che la carne cucinata qui sia una delle più gustose, ed effettivamente buona lo è, ma io ancora ringrazio quel colpo di fortuna che mi ha impedito di finire ad abitare laggiù. Passando di lì ogni sera per circa un mesetto mi sono tolto la voglia di yakiniku almeno per un po'.

Osaka è anche una città di mare attraversata in lungo e in largo da canali. Così alle volte, quando cambia il tempo, pare scoperchino le fogne ed allora è meglio non indugiare troppo sopra i ponti.
Per contro, quando passi vicino a qualche tempio, allora ti invadono le narici i profumi intensi dell'incenso offerto. Pare faccia bene respirarli. Spesso infatti mi capita di vedere qualcuno che con la mano spinge le volute di fumo profumato verso figli, amici o parenti.

Io sono rimasto inebriato dalla fragranza dell'incenso al Kyomizudera di Kyoto. Ero lì per vedere l'illuminazione notturna del tempio circondato dagli aceri con le foglie ancora rosse. La luce fioca delle lanterne del tempio, i punti di luce che infiammavano il rosso dei momiji creavano nel buio un'insieme reso ancor più suggestivo dall'incenso che inspiegabilmente pareva salire dalla vegetazione.

Per contro, mi ha invece colpito l'assenza di profumo dei milioni di ciliegi che in aprile si caricano di fiori bianchi, rosa e violetti in ogni angolo del Giappone. Passeggiando sotto la pioggia di fiori a Kanazawa, facendo ohanami sulle colline di Yoshino o nel parco che circonda il castello di Osaka, mi sono sorpreso a constatare come questo spettacolare tripudio della natura in realtà non emani che un flebile profumo percepibile solo ficcando il naso in qualche corolla.

Infine, merita di essere ricordato l'odore penetrante di pesce cotto che ogni giorno dal vicinato sale in casa all'ora di cena e a colazione.

L'UDITO:

Ad essere sincero, forse persino un sordo potrebbe sentire in Giappone, tale e tanto è il rumore per le strade.

Agli incroci semaforizzati una musichetta tradizionale e un po'mesta ti invita ad attraversare.

Davanti e dentro i negozi qualcuno grida immancabilmente IRRRRASYAIMASEEEN, una lagna che fatico a sopportare. E se si aprono le porte di un pachinko esce un fracasso da girone infernale.

In metropolitana, ogni minisegmento del proprio percorso è scandito da voci differenti che danno ai passeggeri ogni sorta di informazione: annunciano l'arrivo del treno e il nome della fermata successiva, ricordano ai passeggeri di non dimenticare i bagagli e li esortano a fare attenzione a dove mettono i piedi. Unica eccezione sopportabile è la bella voce che alla fermata di Osaka JR annuncia con tono solenne: Osaka, Osaka desu. Owasuremono naiyoni gochui kudasai.


Tutti i grandi magazzini hanno la loro canzoncina che viene propinata ai clienti ad intervalli regolari. Da BiccuKamera un delizioso coretto di bimbi ogni quarto d'ora parte con "Fushigina, fushigina ikebukurooo…" Al supermercato invece, se capiti al reparto del pesce ti cantano con una vociaccia "Sakana,saakana sakanaaa...".

Mi ha anche sconcertato non poco scoprire che in Giappone l'inizio e la fine di ogni attività, anche scolastica, sono scanditi dallo stesso suono di campana, suono che da piccolo avevo sentito in qualche cartone animato importato e ho ritrovato oggi al lavoro.

Ad alcuni rumori mi sono però affezionato. Vicino casa, ad esempio, c'è un piccolo bar dove qualche ubriaco si attarda a cantare musica enka. Rincasando non posso fare a meno di sentire questi talenti in erba che riempiono la strada di mugugni.

Ogni notte poi, un venditore ambulante di patate dolci arrosto passa con il suo carretto e richiama l'attenzione dei clienti con una nenia mesta che immancabilmente mi fa rabbrividire. Più che invitare a comprare, pare raccontare storie di fantasmi.

Ogni mattina alle 8.00 invece, prima di iniziare la giornata, gli operai dell'officina davanti casa fanno un secco saluto marziale che meglio di ogni sveglia mi riporta alla realtà.

Non posso non includere in questo elenco anche le sinfonie di risucchi e sciaquii che si levano in qualsiasi ristorante davanti ad una ciotola di ramen o udon. Rumori inizialmente intollerabili per il mio orecchio educato diversamente, ma ora così familiari e divertenti da volerli talvolta imitare.
Tra i suoni gradevoli e molto giapponesi ricordo con piacere quello ritmico e ipnotico dei grandi tamburi che accompagnano le antichissime danze Bugaku e quello secco e misterioso del bambù che si spacca nei boschi. Un suono che evoca nella mia testa ricordi cinematografici di fantasmi apparsi ai viandanti nelle brume del mattino.

A parte, per onestà, devo ricordare gli urli e la musica a tutto volume di qualche spostato nazionalista che scorrazza per la strada chiedendo che tutti gli stranieri lascino il paese. Anche questo è il Giappone.

IL GUSTO:

Posto che la cucina giapponese mi piace davvero molto, non ho potuto fare a meno di notare la predilezione dei giapponesi per l'uovo.

L'uovo è certamente ricco di proteine e fa bene alla salute ma qui mi pare lo consumino in modo talvolta esagerato. Nei supermercati non mancano mai pile di uova, anche a due tuorli(!) e sia che si mangi nabe, sukiyaki o shabushabu, l'uovo crudo accompagna immancabilmente le verdure e le carni cotte. L'uovo amalgama inoltre l'impasto dei dolci, del pane e, ahimè, della pizza, quasi che la sua presenza rendesse il cibo più sano ed energetico.

E quando l'uovo proprio non ci sta, ecco che compare magicamente la maionese, anche sul sushi. Visto che poi, secondo lo zodiaco cinese, questo è l'anno del gallo, la gallina con prole ha acquisito ancor più importanza facendo la sua comparsa un po' dappertutto.
I giapponesi da me interrogati in merito alla "questione uova", hanno risposto che, essendo abituati da secoli ad una cucina piuttosto semplice e poco calorica, solo recentemente hanno scoperto il gusto per cibi più ricchi aggiungendo proteine e grassi ovunque sia possibile. In modo compulsivo, aggiungo io, secondo un'attitudine piuttosto diffusa in questo paese nei confronti delle novità.
Del resto anche la carne, che da noi si cerca sempre il più magra possibile, qui, se priva di grasso, nemmeno viene presa in considerazione.

Uovo a parte, ho scoperto mio malgrado che non sempre in Giappone quello che vedi è quello che andrai a mangiare. Mi è infatti capitato spesso di comprare dolci o panini dall'aspetto semplice e invitante per poi scoprire che celavano ripieni barbari per il mio gusto: pancetta, pesce secco, fagioli dolci e…uova!

Ma, come si dice, de gustibus non disputandum est.

IL TATTO:

Questo senso, in me non particolarmente sviluppato, ha registrato in Giappone almeno due percezioni tattili molto gradevoli.

Sarò anche scontato, ma è davvero piacevole camminare a piedi scalzi sui tatami. Qualcuno mi ha fatto notare che non sono troppo igienici, si rovinano facilmente e puzzano, ma a me piacciono molto ugualmente e ricordo sempre con piacere la prima notte trascorsa a casa di amici in campagna.

Benché non avessi dormito molto per il gran freddo e i fruscii che giungevano dall'esterno attraverso le mura sottili, mi ero svegliato di buon umore anche grazie all'odore intenso dei tatami della mia stanza. Un profumo di verde e bambù di cui, mi è stato detto, si sono ormai impregnati tutti i miei vestiti.

Altra sensazione gradevole è quella data dall'utilizzare le bacchette per mangiare. Sono un' elegante estensione della mano. Non infilzano, non arrotolano, non spezzano il cibo, ma lo colgono a piccole dosi perché lo si possa gustare. Io che ho la tendenza a ingozzarmi, costretto a cambiare il modo di mangiare, ho sviluppato una passione per questo strumento. Così ogni volta che capito in uno hyaku en shop, immancabilmente me ne esco con un paio di bacchette.

Peccato però che si possano usare solo con il cibo cucinato alla giapponese. Qualche giorno fa ho preparato un buon risotto e mi sono ostinato a mangiarlo con le bacchette. Ma quanto sarebbe stato più comoda una forchetta per raccogliere tutti i chicchi unti che non si lasciavano prendere insieme!

LA VISTA:

E' senza dubbio questo il senso che meglio coglie bellezze e contraddizioni di questo paese.
Sono a Nara. La guida indica un tempio, lo Shinyakushiji.

Nonostante incendi e terremoti, la sala principale si è conservata pressoché intatta dall'VIII sec. Al suo interno un bellissimo Buddha siede circondato da dodici figure di creta. Sono dodici guardiani, incarnazioni di Amida, che nella foggia delle vesti richiamano quel gusto mediorientale che ai giapponesi era forse arrivato dal Gandhara attraverso la via della seta. Dunque qualche reminiscenza dell'arte ellenistica sopravvive in questo luogo.

Bene. Un lato della sala è andato distrutto e come si è pensato di restaurarlo considerato che il tempio è una rarità? Hanno tirato su un muro al centro del quale è incastonata una vetrata policroma da far impallidire le peggiori di una qualsiasi chiesa cristiana moderna.

Cosicché sul povero Buddha, abituato da secoli a una certa oscurità, si riverberano i colori chiassosi di un improbabile rosone kitsch. E come se ciò non bastasse, in un angolo della sala, una televisione ripropone un video sulla storia del tempio. Così ti capita di vedere il turista che siede a vedere la cassetta e il devoto che si inginocchia davanti al suo Buddha.

Più ci ragiono e più mi pare di capire che qui conta il particolare, il dettaglio, mentre lo sguardo d'insieme, l'effetto complessivo spesso hanno scarsa importanza. Certi elementi architettonici o naturali, alcuni scorci vanno visti e goduti di per sé dimenticandosi del contesto.

Al tempio di Kurama, nei dintorni di Kyoto, una coppia aveva scelto una ben strana postazione per osservare i momiji carichi di foglie rosse. Anziché fare un pic-nic in mezzo al bosco, stavano seduti davanti a due distributori di bibite facendo fotografie ai rami che si intravedevano nel mezzo.
In questa prospettiva appare più semplice capire perché, aprendo la finestra di casa, puoi rallegrati nel vedere il bel campo di miso e il contadino che lo coglie mentre intorno svettano i tralicci dell'alta tensione e i caseggiati più anonimi.

Una cosa mi pare evidente: case, palazzi, strade e centri commerciali qui crescono come funghi senza troppi piani regolatori. Saranno anche costretti dalla necessità cronica di sfruttare ogni centimetro di superficie edificabile, ma, a detta anche di qualche mio studente, architetti e costruttori non paiono andare troppo per il sottile. Eppure i giapponesi hanno un grande tradizione che dovrebbe aver insegnato loro come costruire in modo più armonico. E invece, se a Uji cerchi di fotografare il Byodoin, immancabilmente nell'inquadratura entra caparbio uno squallido palazzone a pochi isolati di distanza.

Bisogna poi aggiungere che l'idea di costruire qualcosa che duri nel tempo non è nella mentalità giapponese. L'aeroporto del Kansai, che qui pochi sanno essere stato progettato da un famoso architetto italiano, pare essere stato concepito non per durare il più a lungo possibile, ma per resistere finché il mare, mangiandosi qualche centimetro all'anno, non si riapproprierà di quest'isola artificiale. In previsione di ciò, un altro progetto di aeroporto è già in discussione senza troppo considerare l'impatto ambientale di una nuova colata di cemento in mezzo al mare.

Ma del resto, anche in Italia non è forse meno sconfortante la speculazione edilizia in certi luoghi dichiarati patrimonio nazionale o la brillante pensata di un ponte sullo stretto di Messina?

Questo per le contraddizioni. Ma tante davvero sono le bellezze di cui per altro io ho visto solo una piccola parte. Se penso ai miei viaggi più o meno lunghi, ricordo bene di essermi entusiasmato non poco trovandomi in luoghi preservati dallo scempio edilizio. Paesi come Tsumago e Magome, anche grazie ad accurati restauri, mantengono vivo il fascino dei villaggi sorti lungo la Nakasendo, l'antica via postale che collegava Edo e Kyoto. Alcuni tratti montani si possono percorrere a piedi ancora oggi e nei boschi, con un po' di fortuna e pazienza, si riesce a vedere anche qualche scimmia che spicca salti da un ramo all'altro.
Sono rimasto incantato dalla foresta di antichi cipressi sul Koyasan, dal superbo giardino che circonda il Katsura Rikyu e dalla cura commovente che in molti templi si ha per alberi centenari ormai curvati dal loro stesso peso. Il distretto di Arashiyama, il complesso del Daigoji e la Tetsugaku no Michi a Kyoto, i luoghi dove il verde convive armoniosamente con il legno e la carta mi affascinano sicuramente di più, ma in fondo non mi lasciano indifferente nemmeno gli scorci più avveniristici di Osaka, Nagoya o Hiroshima.

Del resto a me piace tanto anche il mio quartiere di Fukaebashi. Sarà anche poco verde, malfamato, pieno di capannoni e poco moderno, ma nelle shotengai trovi negozietti vecchi e incredibili che in Italia non ho mai visto. Eppoi il commesso del combini sotto casa ormai mi chiama per nome così come il tintore che mi parla amichevolmente nel dialetto di Osaka.

Qui ho comprato la bici a cui sono tanto affezionato e qui me l'hanno rimossa perché in divieto di sosta! Al mercato coperto, il signore che fa degli ottimi takoyaki ormai si ricorda come li preferisco conditi e all'izakaya mi riconoscono e scambiano volentieri quattro chiacchiere.

Frutto della quotidiana osservazione è un ultimo appunto sul modo di vestirsi qui a Osaka.


La capacità dei giapponesi di mescolare bello e brutto, sacro e profano, tradizione e innovazione dà uno dei suoi frutti migliori proprio in questo campo. In questo ambito la loro stravaganza non mi dispiace per nulla. Si va dal sarariman ben vestito che sfodera un'agenda di Hallo Kitty alle ragazze boccolute e truccatissime che hanno magliette super griffate.

In metropolitana, dove mediamente tutti cadono assopiti nel giro di un minuto, accanto agli scolaretti in divisa blu e cartella nera, vicino ai giovani alla moda, spesso incontri la nonnetta che bella nel suo kimono, lascia spuntare dall'obi il cellulare con ninnoli annessi, forse acquistati in qualche tempio scintoista.


E mi fa sorridere il manager che, inamidato nel suo completo nero, ostenta un gran saccone bianco di Prada - Milano. Lo usa come tracolla e siccome piove, lo ha rivestito con un cellophane trasparente perché non si bagni.


 

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